sangue dal caso

...e questo invece è il modo in cui l'affronto:
~ Domenica, Aprile 1 ~
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quando si comincia a iniziare/quando si smette di finire?

questo è l’ottocentesimo post di sangue-dal-*aso. ed è anche l’ultimo.
ho i piedi bucati da notti infinite, il culo di gomma come quello di ciccio di nonna papera e ho distrutto la tastiera del pc su cui ho scritto per cinque anni.
insieme alla trilogia del niente (di cui ho parlato qua), negli ultimi anni ho portato avanti anche quella del sangue. che era partita col vecchio malesangue, passata per i 169 racconti sul primo tumblr e finita proprio qui, due anni fa, quando ho messo su questo trabiccolo; il quale voleva essere un diario - di viaggio - nel momento in cui iniziavo a macinare chilometri per presentare il mio primo libro.
volevo restituire, attraverso la scrittura su questo tipo di rete, il ritmo e la voce delle cose che accadevano dal vivo.
(si sono poi sostenute a vicenda.)
ma più che chilometri ho macinato battute - quasi un milione, tenendo conto dell’intera trilogia del sangue, avrei potuto tirar fuori un romanzo, ma non ce n’era bisogno, la necessità era quella di spezzettarsi. e così è stato: finendo quindi nella finzione della cronaca quotidiana di me, che ha spesso generato confusione, capriccio, svago; a volte liberazione; tutto come doveva essere, insomma, e la consolazione è che credo che quello che ho scritto qui mi sopravviverà, se qualcuno avrà voglia e pazienza di andare a rileggere, ripescare, ritrovare. in una parola sola: cercare.
c’è questa differenza (facile e bella) tra il cercare e il trovare. ho sempre subito il fascino del trovare, per l’inaspettato che si presenta davanti ai tuoi occhi e ti atterrisce. qualsiasi cosa trovi, è di per sé una meraviglia per il fatto che sia lì, che esista, che si manifesti per e con te: in altri termini è la scelta di qualcun altro a nobilitare il tuo esser venuto al mondo, il quale resta un fatto inspiegabile.
però, però: a un certo punto bisogna saper cercare. saper essere un po’ più registi delle proprie scelte. riprendere in mano le redini, condurre il gioco e insomma, per farla breve e senza perdersi in inutili perifrasi: tendere all’unicità, senza (troppa) paura.
non è più tempo di spezzettarsi, cronicizzarsi, ecc., e certamente non è più il tempo di dirlo in giro.
dunque, torno all’unicità del vecchio malesangue, sarò solo lì per chi ancora vorrà leggermi.
tutto è bene quel che finisce: e questo è tutto.


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~ Sabato, Marzo 31 ~
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(Fonte: pedropemian)


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L

Nella notte in cui tutto è stato e la tua donna ha dato un braccio per te e i comandi hanno ripreso a funzionare, in cui ogni cosa si appresta a rispondere e collocarsi; in cui sei un albergo al completo, ospiti e lasci rifocillare ogni senso, e il senso complessivo è completezza: conosci il delirio delle certezze e la serenità del dubbio, conosci la tua debole forza e ogni cosa s’aggiusta come deve: in quella notte sei al ritorno, non cercavi niente e hai trovato te: allora ti prende non una febbre né un delirio ma furore e spezzi la via: di colpo il passo è sghembo, incerto, poi devi: devi deviare; ti farai trovare come dici all’alba, sarai già là quando l’alba è pronta ad accadere, lì dove solo sorge il sole, nella città dei decollati e corsari; dove meno mordeva il ragno, c’era la tela ma non lui; ma prima – è di passaggio – la città dei diavoli, hai tempo sull’anticipo e dove più mordeva la compagnia in solitudine tu devi tornare, dove più accecava nella nebbia l’occhio spento ti farai trovare; nella città dove muore l’amore e ancora oggi si oltraggia la tua famiglia di oggi, tu ritorni, dove il drago mangia vergini e i suoi discepoli si cibano nello scempio del suo passaggio; dove a notte si fonde ogni tribù nel cattivo nome di idee oscene perché già morte; dove la carne è stufato, e si mischia per noia e solitudine di penisola nell’isola; ti concedi un’ora nella città dei diavoli, se non battaglierai vorrai almeno vederli all’opera – come dicono, raccontano, antologizzano – nella città che ti fece eterno giovane e mai uomo completo; ma niente: i primi passi sono nell’ombra del viale, poi ti addentri tra mura di pietra e tutto ciò che vedi è un gatto su una colonna, da lì osserva calmo e giudica il nulla – solo nel nulla i gatti si aggirano lievi; ancora sotto archi di pietra e viottoli d’argilla è il nulla, solo la tua ombra, la città dei diavoli è calda anche di notte; ma vuota come mai; uccelli notturni – ma non rapaci, neppure loro – si lanciano in volo e quell’aprirsi di ali è il solo vagito del buio, non fiato di uomo corrotto né desiderio femminino ansimante; sei alla chiesa e neppure lì, neppure per il vezzo anziano e rammollito di violare il sacro, si manifesta qualcuno; prosegui, sei al colonnato dei diavoli nuovi, vuoi tornare, se ti vedessero? passavo, diresti, passavo per incontrare qualcuno nella speranza di incrociare almeno me stesso per il vostro sterile diletto; ma niente, non torni, sei venuto qui per questo: il colonnato è vuoto, qui dove sei stato trafitto per trafiggere a lungo, neppure l’ombra di un demonio; ed è più grande umiliazione per esemplari del genere non tanto lo svilirsi in giro per l’inutile corruzione quanto il non più palesarsi; a lungo pagano il tentativo di rendersi non più eterni ma vani: e quel che non li ha uccisi, li ha vanificati; ti aspettavi i giganti e non hai avuto che ombra, la tua, che segue – fedele – la tua soltanto; allora puoi tornare indietro, riprendere il viaggio; ad averli ora, una delusione comunque: prosegui; la notte si fa blu e rossa di tramonto d’alba, sei nella città dei decollati e corsari; qui incontri la gentilezza del perdersi tra strade che non ricordi del tutto e che mai hai dimenticato davvero; e la leggerezza di una lingua straniera che non chiede in cambio denari; e il lavoro di chi dà da mangiare per mangiare poi a sera; e infine il mare che non conosce limatura di altra terra, solo due spicchi d’orizzonte e i lampi di un faro che a tratti illumina il tuo volto e quello di nessun altro, e una nuvola argento all’orizzonte che nasconderà il sole; le pieghe delle onde traducono gli scogli in necessità; le ultime presenze-assenze le lasci affondare qui; chi hai richiamato in campo, chi non richiamato ha tentato invano il ritorno; e i diavoli che tanto hanno detto e con un soffio ti hanno regalato una città che mai hai voluto per intero; e qui tutto affonda pacifico nel blu che si fa azzurro; un vecchio pescatore, contadino di mare, è alle tue spalle: lascerà affondare anche lui qualcosa in quest’alba senza sole e ti dà il cambio; certo è tempo di andare; ed ecco perché quella nuvola così alta e d’argento: perché tu possa lasciarti alle spalle quel rosso d’arancia dell’alba in cui li hai lasciati, in fondo al sicuro, nel mare della città che ha saputo dare senza togliere mentre già tagliava; qualcuno tornerà ancora ma sarà flebile il suo ululare, suono sintetico e regale che ti guadagnavi mentre annodavi le estremità del cerchio e non incontravi nessuno, forse almeno te stesso.


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~ Venerdì, Marzo 30 ~
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dissolvenza in entrata/uscita

…e in fondo non è per l’involucro che ci si cela, il corpo è quello che t’hanno dato e non puoi farci molto, puoi gettarlo e disperarlo ma rimane uguale, non lo puoi cambiare, e allora ci si cela per nascondersi in senso più ampio e forse più sfumato, come chi si cela in cielo, si cela di sé le rotte spezzate, gli errori di valutazione, il grossolano che c’è in noi che agli altri appare appunto solo come dozzinale – sì, ti guardano e pensano “ma come si fa?” – facilmente scansabile, si cela insomma una parte già celata o che dovrebbe esser tale, ma quando te l’han tirata fuori, la rivuoi dentro, c’è da arrossire, che sia lì, alla mercé dei molti, non per il giudizio ma per l’appartenenza, è tua, diamine, tu non sei loro, tu non appartieni a quello e non in quel modo, non sei tu e in fondo…


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~ Giovedì, Marzo 29 ~
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~ Mercoledì, Marzo 28 ~
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[…] non è che non parli l’italiano, lo parla meglio di me, sta qui da una vita, ma quando non le va di fare una cosa comincia a intedescare, è dispettosa.
— Antonio Tabucchi | Tristano muore

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fatti geografici

così l’Io Scrivo rimane sospetto
sia pur dignitoso più d’un mondano
Io Lavoro, Io Vivo, Io Scampo

del resto si sta come in miniera
ogni buco s’è fatto frontiera
punti dall’ordine, puniti dal dado
puniti pure dalla scacchiera
punti neri da butterato
tasti neri d’una tastiera
mostri mostrati, privi di senno
decollati al primo cenno
un volto si volta dall’altre parte:
alla morte si va per la morte
s’accende il cero sull’arena
geografie interne di anime in pena

così né Medusa né Asterione hanno avuto
giustizia, che è sempre capriccio,
stupro del caso che sentenzia orrore


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~ Martedì, Marzo 27 ~
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Non sono un gran lettore di me stesso. Nel senso che devo ancora abituarmi a leggere a voce alta le mie cose, ma del resto al momento non c’è nessuno che possa farlo meglio di me o, figuriamoci, al posto mio. Nel raro bootleg video quassù leggo L’uomo nel cielo, che devo aver scritto più o meno un anno fa, accompagnato dal bluesman Oh Petroleum. La cosa è avvenuta due settimane addietro al Barcollo Live di Torre Santa Susanna, in provincia di Brindisi; locale in cui tornerò tra qualche giorno per la prima presentazione de Il corpo estraneo.

In effetti questo post è un modo come un altro per dire che venerdì 30 marzo alle ore 20 presenterò per la prima volta il nuovo arrivato. La cosa avverrà in compagnia di Roberto Lucchi, l’unico uomo al mondo che – credo – abbia letto tutto o quasi quello che ho fatto senza neppure conoscermi (poi, in effetti, ci siamo conosciuti; io l’avevo scambiato per un tizio con cui avevo convissuto anni prima, ai tempi dell’università, il quale era convinto di essere un violinista potenzialmente più virtuoso di Paganini; com’è noto, Paganini non ripeteva, non concedeva bis: il mio coinquilino — che, come detto, non era Roberto Lucchi — era solito invece non esibirsi neppure. Be’, fine della storia. Ci vediamo lì.)


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~ Domenica, Marzo 25 ~
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Tim Burton | Big Fish


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sogno inesatto

mio sogno inesatto
fatto di garbo
e forma costante
non dirmi più di te
ma di quando s’inizia
a iniziare, e si smette
di finire, (tu dici:)
“insegua quel sogno”
io tassista esatto
eseguo in ammollo
succhiando mammelle
non tue né mie


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~ Sabato, Marzo 24 ~
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  • Rommel: La guerra si fa coi soldati che si hanno.
  • Marco: E se non ci sono più soldati?
  • Rommel: Si fa lo stesso.

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D’esistere

Sono superficie.
Penso all’ignavia che spreca gl’istanti
senza aver dato parto che sia bellezza.
Penso alla sola omissione peggiore:
non averla fermata.
Sopra un foglio di carta,
nei pixel di una macchina fotografica,
trai tasti di un pianoforte,
sulla pellicola di un film,
sui colori di una tela.
Non incisa indelebile
su cuore destinato al macero,
né sulle retine che cenere saranno
sotto palpebre di cenere.  
Voglio rimanere parola,
faccia,
nota,
scena,
chiaroscuro.
Vivo cercando il modo di sopravvivermi.
Sbraccio confusamente perché non m’affoghi,
trascinandomi al profondo,
l’idea disumana della transitorietà.
Resto superficie.

-

Michele Fiore


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Tag: marco montanaro il corpo estraneo
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~ Giovedì, Marzo 22 ~
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Autore: Marco Montanaro
Titolo: Il corpo estraneo. Una tragedia on the road
Dettagli: ISBN 978-88-96989-22-7, formato 11,5×18, 112pp.
Prezzo: 12 euro
Editore: Caratteri Mobili

Il corpo estraneo è una tragedia on the road, in cui la storia recente (di sempre) d’Italia – un Paese che viene giù ogni mese – fa da sfondo a vicende intime, private e prive di radici.

Danilo Dannoso – appena fuori o appena dentro una dipendenza socialmente inaccettabile – è estraneo al suo corpo, al corpo delle vite che attraversa di nascosto, al corpo di un Paese intero; dorme con i vestiti addosso e sogna d’essere ospite di talk show televisivi in cui può finalmente dire le verità, tutte le verità che ha intuito. Per lavoro, Danilo gira l’Italia in lungo e in largo per conto della Fondazione di suo zio, senatore eletto nelle fila di un partito politico molto chiacchierato. Mentre organizza dibattiti ed eventi culturali, Danilo fa il corriere per un’organizzazione sotterranea che sposta soldi e cura interessi oscuri.

L’impalcatura, questa impalcatura, inizia a crollare quando il senatore Dannoso viene arrestato. Danilo tenta la fuga con una donna che sembra un apostrofo: ma è lei a inseguire un uomo che «a breve sarà costretto a compiere una scelta».

L’AUTORE: Marco Montanaro ha pubblicato Sono un ragazzo fortunato (Lupo, 2009), raccolta di racconti circensi (con la partecipazione straordinaria di una piovra gigante); e La Passione (Untitl.ed, 2010), romanzo- farsa-tragedia in lingua originale. Altri suoi pezzi sono sparsi in antologie e in giro per la rete. Il suo blog è malesangue.com.

in copertina, immagine di Giuseppe Incampo


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~ Mercoledì, Marzo 21 ~
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Vedo che sono di troppo.
Il guaio è che mi capita anche quando sono solo.
— Groucho Marx 

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