quando si comincia a iniziare/quando si smette di finire?
questo è l’ottocentesimo post di sangue-dal-*aso. ed è anche l’ultimo.
ho i piedi bucati da notti infinite, il culo di gomma come quello di ciccio di nonna papera e ho distrutto la tastiera del pc su cui ho scritto per cinque anni.
insieme alla trilogia del niente (di cui ho parlato qua), negli ultimi anni ho portato avanti anche quella del sangue. che era partita col vecchio malesangue, passata per i 169 racconti sul primo tumblr e finita proprio qui, due anni fa, quando ho messo su questo trabiccolo; il quale voleva essere un diario - di viaggio - nel momento in cui iniziavo a macinare chilometri per presentare il mio primo libro.
volevo restituire, attraverso la scrittura su questo tipo di rete, il ritmo e la voce delle cose che accadevano dal vivo.
(si sono poi sostenute a vicenda.)
ma più che chilometri ho macinato battute - quasi un milione, tenendo conto dell’intera trilogia del sangue, avrei potuto tirar fuori un romanzo, ma non ce n’era bisogno, la necessità era quella di spezzettarsi. e così è stato: finendo quindi nella finzione della cronaca quotidiana di me, che ha spesso generato confusione, capriccio, svago; a volte liberazione; tutto come doveva essere, insomma, e la consolazione è che credo che quello che ho scritto qui mi sopravviverà, se qualcuno avrà voglia e pazienza di andare a rileggere, ripescare, ritrovare. in una parola sola: cercare.
c’è questa differenza (facile e bella) tra il cercare e il trovare. ho sempre subito il fascino del trovare, per l’inaspettato che si presenta davanti ai tuoi occhi e ti atterrisce. qualsiasi cosa trovi, è di per sé una meraviglia per il fatto che sia lì, che esista, che si manifesti per e con te: in altri termini è la scelta di qualcun altro a nobilitare il tuo esser venuto al mondo, il quale resta un fatto inspiegabile.
però, però: a un certo punto bisogna saper cercare. saper essere un po’ più registi delle proprie scelte. riprendere in mano le redini, condurre il gioco e insomma, per farla breve e senza perdersi in inutili perifrasi: tendere all’unicità, senza (troppa) paura.
non è più tempo di spezzettarsi, cronicizzarsi, ecc., e certamente non è più il tempo di dirlo in giro.
dunque, torno all’unicità del vecchio malesangue, sarò solo lì per chi ancora vorrà leggermi.
tutto è bene quel che finisce: e questo è tutto.
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